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Lo Studium ed il Punctum

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03 agosto 2013 - Enrico Maddalena

Nel libro (ormai considerato un classico della letteratura fotografica) “La camera chiara”, Roland Barthes dà la definizione di due termini da lui coniati: lo studium ed il punctum.

Riporto dei brani dal volume:

“Non sono io che vado in cerca di lui ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge. Io sono attratto da un “particolare”. Io sento che la sua sola presenza modifica la mia lettura, che quella che sto guardando è una nuova foto, contrassegnata ai miei occhi da un valore superiore. Questo particolare è il punctum (ciò che mi punge). Per quanto folgorante sia, il punctum ha, più o meno virtualmente, una forza di espansione. “

“Così il particolare che mi interessa non è, o per lo meno non è rigorosamente, intenzionale, e probabilmente bisogna che non lo sia; esso si trova nel campo della cosa fotografata come un supplemento che è al tempo stesso inevitabile, non voluto; esso non attesta obbligatoriamente l’arte del fotografo; dice solamente che il fotografo era là,oppure, più poveramente ancora, che non poteva non fotografare al contempo l’oggetto parziale e l’oggetto totale. La veggenza del fotografo non consiste tanto nel “vedere” quanto piuttosto nel trovarsi là.”

“Purtroppo, sotto il mio sguardo, molte foto sono inerti. Ma anche fra quelle che ai miei occhi hanno una qualche esistenza, la maggior parte non suscita in me che un interesse generico, e, se così si può dire, educato: in esse non vi è alcun punctum: esse mi piacciono o non mi piacciono senza pungermi.”

Lo studium è l’aspetto razionale e si manifesta quando il fruitore si pone delle domande sulle informazioni che la foto gli fornisce. In pratica, sul contenuto materiale dell’immagine, quale fotocopia di una particolare realtà, quella che era dinanzi all’obiettivo al momento dello scatto. Il “cosa” del Taddei.

Il punctum, è invece l’aspetto emotivo, ove lo spettatore viene irrazionalmente colpito da un dettaglio particolare della foto.

Quello che è scritto nei libri non è Vangelo ed anch’io non condivido appieno il pensiero di Barthes quando parla del punctum come un elemento non voluto dall’autore, quasi che l’elemento portatore di emozioni sia un qualcosa di casuale e riducendo così l’immagine fotografica ad una meccanica riproduzione del reale che, direttamente e senza la mediazione del fotografo, può emozionarci. Tuttavia alcuni concetti possono esserci utili.

A che può servirci tutto ciò e, in particolare, il concetto di punctum (entro certi limiti soggettivo e legato alla personalità del lettore)? Senz’altro ad aiutarci nella lettura di una foto. Chiediamoci cosa, in una immagine che ci appare bella, ci colpisce, ci emoziona. Qual’è quell’elemento indispensabile senza il quale la foto perderebbe il suo significato. Quali sono invece gli elementi inutili, che distraggono dal punctum o che contrastano con lui. Il discorso di una corretta lettura di una foto (che richiede conoscenze che vanno al di là del solo pensiero di Barthes), è di importanza fondamentale per i giurati di un concorso fotografico perché non è possibile valutare ciò che non si è saputo leggere.

Ma il concetto di punctum è utile anche a chi produce l’immagine. Quando ci accingiamo a scattare perché una scena ci ha colpito, prima di premere il pulsante sulla fotocamera, chiediamoci qual è l’elemento che ha scatenato la nostra emozione, che ci ha “punto”. Costruiamo quindi la composizione, scegliamo il punto di vista per mettere in risalto quell’elemento eliminando tutto ciò che non serve, che è di disturbo. Solo così il punctum potrà pungere anche chi osserverà la nostra immagine.

Enrico Maddalena